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È possibile da adulti far scomparire quel senso di vuoto e di solitudine che non si ferma mai?

Aggiornamento: 20 lug


Ti senti solo, sei circondato da persone, sei ad una festa con gli amici, sei alla cena di natale con i tuoi, eppure ti senti solo. 

Perché? Perché succede? Si può uscire da questa situazione? Cosa dice la scienza a riguardo? 

Come fanno le persone a non sentirsi sole anche quando sono da sole (fisicamente)? In questo articolo risponderemo ad ognuna di queste domande.


Cosa dice la scienza: gli studi di Cacioppo


Immagina i nostri antenati nella savana. Per loro, trovarsi isolati dal gruppo non significava avere del prezioso "tempo per sé stessi", significava essere in pericolo di vita.

Il neuroscienziato John Cacioppo, attraverso decenni di ricerche empiriche, ha dimostrato che il senso di solitudine cronica (loneliness) non è un sintomo di immaturità emotiva. È un impulso biologico primario, esattamente come la fame o la sete. Cacioppo ha scoperto che sentirsi soli attiva nel nostro corpo le stesse risposte fisiologiche di una minaccia fisica: i livelli di cortisolo (l'ormone dello stress) schizzano alle stelle, la pressione sanguigna si altera, il sonno diventa frammentato e iper-vigile. In poche parole il dolore sociale viaggia sulle stesse autostrade neurali del dolore fisico.


La differenza tra sentirsi soli e non saper stare soli


Sentirsi soli, però, non ha che fare con l’'essere in una relazione amorosa o no, ci si può sentire soli in mezzo a mille persone e anche se si è sposati per esempio.

Dobbiamo quindi fare una distinzione. Un conto è sentirsi soli (un sano allarme di deprivazione), un altro è l'incapacità cronica di tollerare la propria compagnia.

Hai presente quell'ansia soffocante che ti prende la domenica pomeriggio in una casa vuota, spingendoti a chiamare chiunque o a scorrere i social compulsivamente pur di non sentire il silenzio? Quella non è semplice solitudine, è l'impossibilità di auto-regolare le proprie emozioni, un vuoto assordante da silenziare.


E allora, come si impara a godersi quel silenzio?


Lo psicoanalista D.W. Winnicott ha formalizzato un'intuizione meravigliosa e controintuitiva: la capacità di essere soli è, in realtà, il risultato di tante buone relazioni.

Questo concetto si unisce perfettamente alle scoperte del padre della teoria dell'attaccamento, John Bowlby. Pensa a un bambino che gioca sereno e concentrato sul tappeto del salotto. Riesce a esplorare il mondo in totale autonomia perché sa che, seduto sul divano, c'è un genitore pronto ad accoglierlo se si spaventa o si fa male. Ha interiorizzato quella che in psicologia chiamiamo una "base sicura".


Da adulti funziona esattamente allo stesso modo. Riusciamo a goderci profondamente una serata in solitudine, a leggere un libro immersi nei nostri pensieri o a viaggiare da soli, proprio quando abbiamo dentro di noi la sicurezza di essere amati e pensati da qualcuno o che lo si è stato in passato. Paradossalmente, l'indipendenza non nasce dall'isolamento, ma da una dipendenza sicura e appagata.


Costruire la base sicura da adulti


Ma cosa succede se nell'infanzia questa base sicura non l'abbiamo avuta? Se chi doveva proteggerci era assente, imprevedibile o fonte di spavento?

La buona notizia delle neuroscienze è che il nostro cervello è plastico. In psicologia clinica parliamo di "sicuri guadagnati". Significa che una base sicura si può costruire anche in età adulta, attraverso esperienze relazionali correttive. Può essere un amico di una vita che non ci giudica, un mentore, un partner empatico o un percorso di psicoterapia, dove il terapeuta diventa momentaneamente quella base sicura da cui ripartire per costruire nuovi strumenti interni.


Il peso (e i rischi) delle relazioni amorose


Quando non si possiede una base sicura interiore, i rischi nelle relazioni amorose sono reali. Si tende a sovraccaricare il partner, chiedendogli di essere tutto: l'amante, il genitore, il migliore amico e il terapeuta.

Questo genera due possibili scenari (non gli unici):

  1. L'iper-dipendenza: L'altro diventa un salvagente. Si vive nel terrore costante dell'abbandono, rinunciando ai propri bisogni pur di compiacere il partner e non restare soli, fondendosi in una dinamica che non si è proprio voluto.

  2. L'evitamento: Al contrario, per il terrore di essere di nuovo delusi o di diventare troppo dipendenti, ci si barrica dietro una finta freddezza. Si respinge l'intimità, scambiando l'isolamento difensivo per "indipendenza".


Interdipendenza: il vero traguardo


Ecco quindi svelata una possibile interpretazione di quell'affermazione tanto diffusa: "Se non impari a stare bene da solo, non potrai mai stare bene con qualcuno".

Non significa che devi bastare a te stesso. Significa che se non impari a sostenere il peso della tua vulnerabilità, distribuendolo su una rete sociale più ampia, finirai inevitabilmente per farlo crollare addosso al tuo partner, compromettendo la relazione sotto il peso di aspettative impossibili e/o dinamiche relazionali tossiche.



La salute emotiva, o interdipendenza, è la chiave per ridurre questo rischio nelle relazioni.


Cosa è l'interdipendenza?


È la capacità di navigare le proprie tempeste interne o vuoti assordanti in autonomia quando serve, ma con l'umiltà e il coraggio di allungare la mano quando le onde sono troppo alte. L'obiettivo non è non aver bisogno di nessuno, ma avere radici così ben distribuite che nessuno, da solo, debba portarne tutto il peso.


Non pensate che trascurare la "capacità di navigare le proprie tempeste interne" sia di poco conto.. Spesso si comprende intuitivamente il punto della distribuzione della rete sociale ma non questo.

Pensateci, quando osservate qualcuno che torna single dopo un pò di mesi cosa ha iniziato a fare? È ritornato in palestra, ha ripreso a mangiare bene, esce e coltiva gli amici magari va a trovare più stesso quel parente che vedeva meno spesso. Inizia nuove attività, magari inizia a praticare quell'hobby per il quale non aveva mai tempo. Ricostruisce la "rete sociale", forse perchè non lo aveva mai fatto o forse perchè durante la relazione non si era più preoccupato di mantenerla perchè completamente assorbito dalla relazione. Occorre, però, anche la comprensione dei propri stati interni e se non si è affrontato quell'aspetto difficilmente all'immergersi in una nuova relazione non si ripresenteranno gli stessi problemi relazionali.


Quindi ricapitolando si costruisce una esistenza più piena, fatta di relazioni che ci fanno stare bene e di maggior comprensione e gestione dei nostri stati interni. Il risultato è quello di sentirsi più sicuri, non soli, e sereni. Partendo da questo non sentirsi soli e questa sicurezza pervasiva si sviluppa la vera capacità di godere del silenzio, entrando in una relazione amorosa non per una necessità e bisogno, ma per un'autentica scelta di condivisione.


Gli antichi lo chiamavano equilibrio e moderazione.

Bibliografia e letture consigliate:

  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books. (Trad. it. Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell'attaccamento, Raffaello Cortina Editore, 1989).

  • Cacioppo, J. T., & Patrick, W. (2008). Loneliness: Human nature and the need for social connection. W. W. Norton & Company. (Trad. it. Solitudine. L'essere umano e il bisogno dell'altro, Il Saggiatore, 2009).

  • Cacioppo, J. T., Hawkley, L. C., Norman, G. J., & Berntson, G. G. (2011). Social isolation. Annals of the New York Academy of Sciences.

  • Dimaggio, G. (2023). La via d'uscita. Liberarsi dalle relazioni che fanno male: come curarle, quando interromperle.   

  • Eisenberger, N. I. (2012). The pain of social disconnection: examining the shared neural underpinnings of physical and social pain. Nature Reviews Neuroscience.

  • Pearson, J. L., Cohn, D. A., Cowan, P. A., & Cowan, C. P. (1994). Earned-and continuous-security in adult attachment: Relation to depressive symptomatology and parenting style. Development and psychopathology.

  • Roisman, G. I., Padron, E., Sroufe, L. A., & Egeland, B. (2002). Earned-secure attachment status in retrospect and prospect. Child Development.

  • Winnicott, D. W. (1958). The capacity to be alone. The International Journal of Psycho-Analysis. (Pubblicato in trad. it. in Sviluppo affettivo e ambiente, Armando Editore, 1970).


 
 
 

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sono la Dott.ssa Sara Sulejmani

sono una Psicologa Clinica e credo nel potere della consapevolezza come primo passo verso la guarigione. Qui condivido articoli per aiutarti a capire meglio la psicologia e a prendere le decisioni migliori per la tua salute mentale.

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