Perché se mi sfogo con qualcuno poi non sto meglio?

Ti è mai capitato di raccontare qualcosa di importante a qualcuno e, alla fine della conversazione, sentirti stranamente più solo di prima?
Magari quella persona ti vuole bene. Ti ha ascoltato. Ha cercato sinceramente di aiutarti.
Eppure qualcosa non ha funzionato.
Racconti che ultimamente andare al lavoro ti pesa e senti risponderti:
«Devi licenziarti.»
Oppure:
«Secondo me ci pensi troppo.»
O ancora:
«Guarda, ti capisco benissimo. Anche a me è successa una cosa simile…»
E poco dopo state parlando della sua esperienza.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in queste risposte. A volte un consiglio è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. A volte sentire che un’altra persona ha vissuto qualcosa di simile ci fa sentire meno soli. E una conversazione con un amico può essere profondamente consolante.
Ma altre volte no.
Altre volte abbiamo la sensazione che c’è qualcosa che stavamo cercando di mostrare e che l’altro, senza volerlo, abbia guardato da un’altra parte.
Quando raccontiamo qualcosa che ci sta a cuore, non stiamo soltanto riferendo dei fatti. Senza esserne pienamente consapevoli, stiamo anche cercando di portare l’attenzione dell’altro verso il punto che per noi è importante.
Dove vogliamo portare chi ci ascolta?
Per spiegare meglio questo punto, vorrei parlarvi di un’immagine dello psicoterapeuta Giovanni Liotti che ha profondamente cambiato il mio modo di stare con i pazienti e che, per me, racconta molto bene una parte importante di ciò che può accadere in terapia.
Liotti riprende gli studi dello psicologo Michael Tomasello sull’attenzione condivisa nei bambini.
Pensiamo a un bambino piccolo che vede qualcosa, allunga il braccio e lo indica con il dito. cerca di attirare l’attenzione, vuole che l’adulto guardi ciò che sta indicando.
L’adulto può cercare di attirare l’attenzione del bambino verso ciò che interessa a lui.
Oppure può fare un’altra cosa.
Può mettersi accanto al bambino, seguire la direzione del suo dito e guardare ciò che il bambino sta guardando.
Nell’esempio riportato da Liotti, il bambino indica un bicchiere e la madre guarda proprio il bicchiere che lui le sta indicando.
Non è più semplicemente un adulto che osserva un bambino.
Per un momento ci sono due persone che guardano insieme la stessa cosa.
Liotti porta questa immagine nella relazione terapeutica: anche in terapia, paziente e terapeuta possono rivolgere insieme l’attenzione verso qualcosa che il paziente sta cercando di mostrare.
Mi piace immaginarlo così.
Un bambino indica la luna:
«Papà, luna.»
E il padre non gli prende la mano per indicargli qualcosa di più interessante.
Alza gli occhi.
Guarda dove sta guardando lui.
«Sì. La luna.»
Per qualche istante sono entrambi lì a guardare la stessa cosa.
Come si sente, secondo voi, quel bambino? Può sentire che ciò che per lui conta, per un momento, conta anche per il papà. E questo può farlo sentire visto, importante e meno solo.
Anche gli adulti continuano a indicare
Naturalmente, quando diventiamo adulti, raramente entriamo nello studio di uno psicologo indicando qualcosa con il dito.
Eppure continuiamo a farlo inconsapevolmente.
Cerchiamo di portare l’attenzione dell’altro verso qualcosa che per noi è importante, anche quando non sappiamo ancora spiegare bene perché.
Non lo facciamo più con il dito. Lo facciamo attraverso il modo in cui raccontiamo ciò che ci accade.
A volte torniamo più volte su una frase che qualcuno ci ha detto:
«Non so perché, ma quando ha detto “fai come vuoi” mi ha fatto malissimo.»
Oppure ci soffermiamo su un dettaglio che, apparentemente, sembra irrilevante:
«Prima di uscire ha sistemato le tazze nella credenza. Non so perché continuo a pensarci.»
Altre volte usiamo un’immagine:
«È come se avessi sempre un peso sul petto.»
Possiamo interromperci, cambiare argomento proprio quando ci avviciniamo a qualcosa, e qualche volta riusciamo soltanto a dire:
«Non lo so spiegare.»
Anche questi possono essere modi di indicare un punto della nostra esperienza, come se stessimo dicendo all’altro: “Guarda qui. C’è qualcosa di importante, anche se io stesso non riesco ancora a capire bene che cosa sia.”
Il lavoro terapeutico è anche questo. Non necessariamente trovare subito una risposta, ma riuscire, prima di tutto, a vedere insieme la domanda.
Ma allora qual è la differenza rispetto a parlare con un amico?
Un amico può ascoltarci.
Può conoscerci da vent’anni, accorgersi immediatamente quando qualcosa non va, abbracciarci quando ne abbiamo bisogno e dirci una frase che ricorderemo per tutta la vita.
La terapia non sostituisce tutto questo.
È una relazione diversa.
Quando parliamo con un amico, infatti, siamo dentro una relazione reciproca.
Lui ha una sua storia con noi.
Può essere arrabbiato con il nostro partner.
Può raccontarci la propria esperienza.
Può aver bisogno, a sua volta, di essere ascoltato.
Ed è giusto così. È un’amicizia.
Se diciamo a un amico:
«Sto pensando di lasciare il mio lavoro»,
potrebbe rispondere:
«Finalmente! È da due anni che ti dico che devi andartene.»
Non sta necessariamente sbagliando. Sta partecipando alla nostra vita dalla posizione di una persona che ci conosce, ci vuole bene e ha delle opinioni su ciò che ci accade.
In terapia accade qualcosa di differente.
Se diciamo:
«Sto pensando di lasciare il mio lavoro»,
la domanda non è:
“Devi farlo oppure no?”
Ma:
“Che cosa sta succedendo dentro di te quando pensi di andartene?”
Forse scopriremo che il problema è il lavoro.
Forse scopriremo che ogni volta che qualcuno ci critica compare la sensazione di essere incapaci.
Forse emergerà che desideriamo andarcene da anni ma l’idea di deludere qualcuno ci paralizza.
Oppure scopriremo qualcosa che né il paziente né il terapeuta avevano previsto.
Ed è proprio questo il punto.
Il terapeuta non dovrebbe sapere in anticipo dove bisogna arrivare.
Non guardare il paziente. Guardare con il paziente.
A volte immaginiamo la psicoterapia come una situazione in cui una persona racconta la propria vita e, dall’altra parte, qualcuno la osserva cercando di decifrarla.
Come se lo psicologo pensasse:
Adesso ho capito chi sei. Adesso ti spiego perché fai così.
Ma una relazione terapeutica è una cosa diversa, non è:
io so qualcosa di te che tu non sai.
Piuttosto:
proviamo a guardare insieme che cosa succede.
C’è differenza.
E quindi perchè se mi sfogo con qualcuno non mi sento meglio?
Quando ci apriamo, ci rendiamo anche più vulnerabili perché cerchiamo di portare chi ci ascolta con noi in un punto preciso della nostra esperienza.
E proprio lì non siamo riusciti a incontrarci.
Non ha sbagliato nessuno, perché l’altra persona non è formata e orientata ad entrare nel nostro mondo e a guardarlo insieme a noi, gli altri hanno la loro vita, il loro punto di vista e lo esternano.
Il professionista, invece, è formato per accompagnarci, rimanere lì genuinamente curioso nella scoperta di cosa si guarda insieme.
Quando qualcuno riesce a fermarsi lì con noi, cambia qualcosa. Non perché ci dia ragione, né perché confermi che la nostra lettura dei fatti sia quella giusta, ma perché ci fa sentire che ciò che stiamo vivendo può essere visto, ascoltato e preso sul serio anche da qualcun altro.
Anche un amico può farci sentire così, ma è molto raro che avvenga.
In terapia questo movimento è parte del lavoro, il terapeuta prova a restare abbastanza vicino all’esperienza del paziente da capire insieme a lui cosa si sta guardando.
Non ci si sente più soli.
Parlare diventa qualcosa di più dello sfogarsi, quello che prima portavamo da soli diventa qualcosa che possiamo condividere, guardare e, poco alla volta, comprendere insieme a qualcun’altro.




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