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La terapia cognitivo-comportamentale non è quello che pensi: cinque errori che fanno tutti


Mi capita sempre più spesso di leggere frasi come “la cognitivo-comportamentale (chiamata anche TCC)  è una terapia orientata molto al pratico dove il terapeuta ti dice

quello che devi fare, assegnandoti dei compiti”.

All’inizio pensavo fosse l’errore isolato di qualcuno ma negli anni ho capito che questa è proprio la visione collettiva, probabilmente nata perché alcune persone hanno un bisogno ingenuo di essere guidate, fuggendo dalle terapie percepite come "inutili chiacchiere", cercano qualcuno che gli dica cosa fare per stare meglio. Vale la pena esplorare questo bisogno smontando i cinque errori in cui cadono quasi tutti.


IL PRIMO ERRORE

Partiamo dalle basi: la TCC non è una psicoterapia, è un orientamento. Cosa significa esattamente? In Italia ci sono 286 scuole di psicoterapia, ognuna con un protocollo unico (sorpresi, vero?). Circa una cinquantina ricadono sotto la dicitura TCC, ma sono psicoterapie molto diverse. Entrare nella stanza di un terapeuta ACT o in quella di un clinico TMI significa vivere due esperienze differenti. Appiattirle in un'unica etichetta è un errore.


IL SECONDO ERRORE

Appurato che la TCC è un macrogruppo, vi invito a riflettere sulle parole che lo compongono. "Terapia" e "Comportamento" vanno bene, ma c'è un'altra parola al centro : COGNITIVO.

Il 33% del nome e oltre il 50% del lavoro in seduta si basano sulla mente. Questo basterebbe, a rigor di logica, a smontare la storiella che la TCC si risolva in "esercizi pratici". Nei protocolli che rientrano in questo orientamento, il terapeuta agisce su due fronti in contemporanea: la cognizione e l'azione. E questo non si traduce in una serie di compitini meccanici pre-confezionati che il terapeuta ordina di fare. Solo in alcuni specifici protocolli può essere considerato in un momento circoscritto l’uso esclusivo di protocolli comportamentali, rimandando al dopo il lato cognitivo, ma sono eccezioni di cui dubito una persona sia a conoscenza e che ricerca in modo intenzionale.


IL TERZO ERRORE

Sulla scia del secondo errore, arriva il terzo. Illudendosi di aver a che fare con una pratica fatta di sola d'azione, si ignora il peso del lavoro sul pensiero, che nelle TCC moderne e scientifiche occupa la maggior parte dello spazio.

Credo sia banale capire che, se bastasse sforzarsi, nessuno avrebbe bisogno di noi terapeuti. Anzi, la clinica ci insegna l'esatto opposto, chi si sforza di superare le proprie paure semplicemente "agendo", si ritrova spesso a stare molto peggio. Perché il punto non è l'agire cieco, ma cambiare tutta una serie di convinzioni e atteggiamenti con cui filtriamo la realtà. L'azione nel mondo è l'atto finale, non quello iniziale.


IL QUARTO ERRORE

Come accennavo, molte persone hanno forzato un significato sulla TCC spinti da un'urgenza personale di capire il problema e "agire" per uscirne rapidamente. C'è però un paradosso in psicologia. In medicina, il paziente fa un atto di fede perchè si fida di un farmaco senza capire nulla di farmacocinetica. In terapia questo non succede, perché tutti hanno un vissuto, tutti hanno una mente e tutti si sono fatti la loro idea ingenua su come funziona la psiche umana.

E così, la propria idea del mondo diventa una trappola in seduta. Mentre per la dieta o la pillola si accetta l'autorità del medico, in terapia si pensa che "le chiacchiere" non servano a nulla e che l'unica salvezza sia l'azione pratica e concreta. Ora, non pretendo che il ragionamento conscio sia esattamente questo, ma siate elastici mentalmente e cercate di ritrovarvi in questo ragionamento. Se siete tra quelli che hanno amato la TCC solo perché la vedevano come una scorciatoia pratica, chiedetevi onestamente: perché sono finito a vederla così e ad apprezzarla solo per questo?


IL QUINTO ERRORE

Questo è l'errore più subdolo, perché fa leva sulla sofferenza e sulla scarsa lucidità che abbiamo quando stiamo male. Il mondo è complicato, e la psicoterapia in Italia è stata storicamente gestita in modo “particolare”. Aver capito grossomodo la differenza tra orientamento psicodinamico e cognitivo-comportamentale è un traguardo, ma purtroppo non basta. Per andare in terapia serve uno sforzo ulteriore cioè quello di cercare il protocollo o la scuola più adatta per se uscendo dalla dicotomia di questi due orientamenti.


Oltre i compitini: cosa fa davvero la TCC

Oggi siamo alla terza ondata TCC. (se volete approfondimenti sulle prime due ondate chiedete nei commenti) e le regole del gioco si sono evolute.

Il cognitivo oggi si intepreta in questo modo, Il focus si è spostato dal  "cambiare ciò che pensi" al "cambiare come ti relazioni a ciò che pensi e senti". Tutto questo è sorretto da un'attenzione maniacale alla relazione terapeutica. Una relazione non costruita a intuito, ma studiata al microscopio. Grazie agli studi sull’attaccamento, alle neuroscienze affettive e alla psicologia evoluzionista, oggi conosciamo più a fondo l'essere umano. Sappiamo come stare di fronte al paziente, come costruire l’alleanza terapeutica, come prevenire le sue rotture e come curarle. Perché senza un legame solido, il percorso stalla e non progredisce.

Abbiamo imparato che la razionalità, da sola, non cura. Perché le emozioni non abitano nel pensiero logico: sono informazioni incarnate, scritte nei muscoli e nelle viscere. In questa crepa nasce la terza ondata, declinata in terapie diverse tra loro come l'ACT, la DBT, la Schema Therapy e la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI). Non si combatte più solo il sintomo; lo si affronta al momento giusto, ma sempre partendo dalla relazione e dalla formulazione del caso. Si passa alla flessibilità psicologica. Insegniamo a stare nel momento presente, a tollerare la sofferenza senza fuggire, a osservare i pensieri restando ancorati al corpo.

La terza ondata non butta via la cognizione, la espande. Il setting diventa un laboratorio esperienziale sicuro dove si fanno emergere e rivivere gli schemi patogeni. La sequenza si è ribaltata: prima si fa esperienza, si attraversa l'emozione dolorosa sentendola sulla pelle. E solo in un secondo momento si usa la cognizione per dare un nome e un senso a quel cambiamento. Non siamo meccanici che riprogrammano computer; siamo esseri umani che aiutano altri esseri umani a stare dentro le proprie tempeste emotive, perché solo così potranno tornare ad agire nel mondo in modo libero e nuovo.


La mia formazione e la TMI

È proprio su queste basi che ho costruito la mia identità clinica. Da quando ho avviato il mio studio professionale, vedo ogni giorno quanto sia vitale andare oltre l'estinzione del sintomo. Ho scelto di specializzarmi in una scuola cognitivo- comportamentale orientandomi alla Terapia Metacognitiva Interpersonale perché credo fermamente che sia uno degli approcci più potenti, raffinati e trasformativi che abbiamo a disposizione.


In conclusione

Ci saranno altre ondate, forse una quarta o una quinta. Ma, ad oggi, la cognitivo-comportamentale è molto lontana dall'immaginario di un terapeuta di ghiaccio esecutore di tecniche e che spinge al mero compitino da fare fuori la seduta, la cognizione ha molto spazio e il comportamento non è il compito da sforzarsi di fare a casa, ma la risultante naturale del lavoro cognitivo ed emotivo fatto in seduta.

 
 
 

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Ciao,
sono la Dott.ssa Sara Sulejmani

sono una Psicologa Clinica e credo nel potere della consapevolezza come primo passo verso la guarigione. Qui condivido articoli per aiutarti a capire meglio la psicologia e a prendere le decisioni migliori per la tua salute mentale.

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