La terapia ti cambia o ti trasforma?
Aggiornamento: 5 giorni fa

Il pensiero comune è che il compito del terapeuta sia capire cosa non va come se fosse un meccanico che prende il pezzo rotto e lo sostituisce.
In fondo, è anche per questo che si arriva in terapia, fare una sorta di revisione alla propria mente.
Ma se ti dicessi che c’è anche altro? Se ti dicessi che invece la terapia non è solo questo?
In seduta si racconta dell’ansia, delle relazioni che finiscono sempre nello stesso modo, delle paure, dei pensieri che non si riescono a fermare. Si raccontano soprattutto quelle parti di sé che sembrano creare problemi, quelle che si vorrebbero cambiare o che, a volte, si è arrivati persino a non sopportare più.
È facile allora immaginare che, dall’altra parte, il terapeuta stia facendo più o meno la stessa cosa: cercare il punto esatto in cui qualcosa si è rotto.
E naturalmente io ascolto tutto questo.
Ascolto ciò che fa male, ciò che si ripete, ciò che sembra riportarti sempre nello stesso posto.
Ma mentre mi racconti tutto quello che non funziona, io sto cercando altro, non vedo il pezzo rotto, vedo la macchina che opera nell’insieme, voglio capire chi ho di fronte a 360 gradi.
Sto cercando momenti in cui il problema non occupa tutto lo spazio.
Momenti in cui compaiono curiosità, desiderio, sicurezza.
Possono sembrare dettagli.
Per me, spesso, non lo sono affatto.
Le parti di te che fanno meno rumore
Sono quelle che, in terapia, possiamo chiamare “parti sane”. E con “parti sane” non intendo una parte buona contrapposta a una parte malata.
Una persona è molto più complessa di così.
Sono piuttosto modi di sentirsi e di stare nel mondo che, nonostante la sofferenza, continuano a essere accessibili: a volte con facilità, altre soltanto in alcuni momenti, con alcune persone o quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro.
E altre volte ancora emergono per pochi secondi, quasi di sfuggita, prima che tutto ciò che non va riprenda tutto lo spazio.
Ma il fatto che compaiano è importante.
Perché significa che esiste già, da qualche parte, un modo diverso di stare con te stesso e con gli altri.
Magari ancora fragile.
Magari intermittente.
Ma reale.
La macchina non si è mai rotta, ha solo smesso di funzionare bene.
Ed è proprio questo che rende quei momenti così preziosi nel lavoro terapeutico.
Spesso durano così poco che la persona stessa non riesce nemmeno a riconoscerli come qualcosa che le appartiene.
Il terapeuta, invece, impara a notarli.
Ricordo ancora una prima seduta.
La paziente davanti a me raccontava la sua vita con un tono cupo e molto duro verso se stessa. Ogni volta che parlava di qualcosa che aveva fatto, tendeva subito a ridimensionarlo. Anche ciò che aveva fatto di lodevole, nelle sue parole, non aveva molto valore.
Io ascoltavo la sua sofferenza.
Ma mentre lei parlava, io notavo anche altri momenti in cui il suo sguardo si illuminava.
In alcuni momenti del suo racconto provavo perfino una forma di ammirazione.
A un certo punto volli capire se anche lei riuscisse a vedere quello che vedevo io.
Ripresi semplicemente una cosa che aveva appena raccontato, senza aggiungere commenti né positivi né negativi.
Poi rimasi in silenzio.
Lei mi guardò quasi sorpresa.
“Chiunque sarebbe riuscito a farlo. Non è niente di che.”
Per il momento mi bastava sapere che quella parte c’era.
Perché a volte, soprattutto all’inizio di una terapia, succede proprio questo:
la persona arriva raccontandoti soprattutto ciò che ha imparato a vedere di sé.
E il terapeuta, ascoltando la stessa storia, comincia a vedere anche altro.
Verrebbe spontaneo chiedersi allora, cosa intendiamo con “cambiamento” in terapia? Perché cambiare non significa diventare una persona diversa, non nel modo in cui comunemente si intende .
Andare in terapia significa diventare qualcun altro?
Più forte, più sicuro, più indipendente. Meno sensibile, meno bisognoso, meno arrabbiato. Più simile, in qualche modo, a quello che gli altri sembrano aspettarsi.
Il lavoro terapeutico non consiste nel costruire una persona nuova.
Consiste, più che altro, nel permetterti di avere accesso a più parti di te.
Non soltanto a quella impaurita, a quella che si vergogna o che si sente inadeguata,o arrabbiata, ma anche a quella che desidera ed esplora, che riesce a mettere un limite, a essere curiosa, che gioca e sceglie, che si sente sicura e a proprio agio.
Il problema è che queste parti, quando soffriamo da molto tempo, possono diventare difficilissime da riconoscere e nelle quali restare, possiamo perfino dimenticarle di averle o averle mai avute.
Possono restare sullo sfondo, comparire solo in alcuni momenti o emergere così brevemente da non riuscire nemmeno a considerarle davvero nostre.
Ed è anche per questo che le cerco fin dal primo incontro.
È un po’ come percorrere per anni sempre la stessa strada: diventa quella più facile da imboccare, anche quando non è l’unica possibile.
Le parti sane possono assomigliare, invece, a sentieri meno battuti. Esistono, ma li percorriamo così raramente che facciamo fatica persino a riconoscerli.
Una parte del lavoro terapeutico consiste proprio nel notarli, tornarci e permettere alla persona di restare più a lungo in quelle esperienze, finché diventano più familiari e più facilmente accessibili.
Poi piano piano avverrà la magia e la persona riprenderà ad essere funzionante, senza che nessun pezzo rotto sia stato veramente sostituito.
Per questo il terapeuta le osserva fin dall’inizio.
Non perché siano subito il centro del lavoro, ma perché anche quei sentieri faranno parte della strada che percorreremo.





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