top of page

Reacher ha ragione: le ipotesi uccidono

11 ott
Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 5 giorni fa

Tra diagnosi, intuizioni e ciò che ancora non sappiamo



Se avete visto la serie tv Reacher, probabilmente avrete sentito il suo motto più di una volta:


«In un’indagine, le ipotesi uccidono.»


Mi piace questa frase perché racconta bene anche una difficoltà del lavoro terapeutico.

Quando pensiamo a uno psicologo o a uno psichiatra, spesso immaginiamo che il suo compito sia capire “che cosa abbiamo”: ansia, depressione, attacchi di panico, un disturbo di personalità. In parte è così. La diagnosi serve a riconoscere e dare un nome a un quadro clinico, ed è uno strumento importante.


Ma due persone possono avere la stessa diagnosi e vivere quel problema in modi diversi, avere paure diverse, reagire diversamente e proteggersi da ciò che fa loro male con strategie che non si assomigliano affatto. Il trattamento deve essere caso-specifico per quella problematica.

Ed è proprio qui che il lavoro diventa più interessante.


Il poliziotto Reacher arriva sulla scena, osserva, raccoglie informazioni, nota dettagli che sembrano insignificanti e formula inevitabilmente delle ipotesi su ciò che potrebbe essere successo. Non può evitarlo: senza ipotesi non esisterebbe neppure un’indagine.

Il problema nasce dopo.


Un’ipotesi nasce come una possibilità, ma può trasformarsi molto facilmente in qualcosa che ci sembra vero. Quando una spiegazione inizia a convincerci, tendiamo a leggere ciò che accade attraverso quella lente e rischiamo di accorgerci meno di tutto ciò che non torna.

È così che, in un’indagine, qualcuno può cominciare a sembrare colpevole prima che ci siano abbastanza elementi per dirlo.

E in psicoterapia?


Qui non ci sono colpevoli, naturalmente, ma il problema delle ipotesi resta.

Ed è molto più sottile di quanto sembri.


Due rischi che ci portano fuori strada


Il primo è sbagliare la formulazione del caso, cioè costruire una spiegazione che non descrive davvero il funzionamento di quella persona e, di conseguenza, allontanarsi dalla sua esperienza: rischiare di non guardare dove il suo dito sta indicando. Ho scritto un articolo proprio su questo tema; se vuoi approfondire, puoi leggerlo qui.


Il secondo è fare l’errore opposto: prendere come definitiva la spiegazione che la persona stessa dà di ciò che le accade, senza distinguere abbastanza tra il suo vissuto, che va accolto e compreso, e l’interpretazione che nel tempo ha costruito di quel vissuto, che può invece essere esplorata insieme.


Come fa allora un terapeuta a non perdersi tra diagnosi (spesso più diagnosi), prime impressioni, racconti e proprie interpretazioni?



Che cosa succede mentre tu racconti una litigata con il tuo compagno, parli di tua madre, dici che al lavoro ti senti sempre fuori posto o racconti qualcosa che apparentemente non c’entra niente con il motivo per cui sei arrivato in terapia?


In un altro articolo ho raccontato quanto tempo possa servire a un terapeuta per iniziare a capire come funziona una persona.


Qui vorrei fare un passo ulteriore e portarvi per qualche minuto dietro le quinte: non dentro lo studio, ma dentro la mente del terapeuta.


Il paziente non arriva come un caso pronto da risolvere


Quando una persona entra in terapia non porta una storia già pronta da leggere, né un problema con l’etichetta giusta attaccata sopra. Porta se stessa, così com’è in quel momento: il modo in cui sente, ricorda, reagisce, interpreta ciò che le accade e prova a dargli un senso.

Ed è proprio questo il punto.


Se una persona dice: «Quando qualcuno si allontana da me sto malissimo» quella frase non va corretta, né messa in dubbio. Dice qualcosa di vero sulla sua esperienza. Ma non ci dice ancora tutto.


“Sto malissimo” può voler dire sentirsi lasciati o umiliati, può voler dire tante cose. Il terapeuta, allora, non ha il compito di scegliere subito la spiegazione più convincente. Ha il compito di avvicinarsi abbastanza a quell’esperienza da vedere meglio che cosa c’è dentro, senza riempire troppo presto i vuoti con ciò che pensa di aver capito.


È un movimento più simile a mettere a fuoco che a interpretare.


Si parte da quello che la persona porta e si resta lì abbastanza a lungo da coglierne i dettagli, le sfumature, le ricorrenze, i punti che ancora non tornano.

Questa è la parte più delicata del lavoro.


Il terapeuta costruisce ipotesi. Ma non dovrebbe innamorarsene


Naturalmente, mentre ascolta, il terapeuta pensa, e a poco a poco, iniziano a comparire delle ipotesi.

Ed è necessario che accada.


Il punto è non dimenticare che quelle idee sono, appunto, ipotesi.


Dovrebbero restare più vicine a:

«Potrebbe funzionare così?»

che a:

«Tu sei così.»


Per questo conoscere una persona richiede tempo: non perché il terapeuta stia semplicemente aspettando di avere abbastanza informazioni, ma perché deve continuamente fare qualcosa di più difficile, cioè costruire una spiegazione e rimanere disposto a verificarla, metterla alla prova, cambiarla.


Come si fa a non fermarsi alla prima spiegazione?


Naturalmente, quando parliamo di psicoterapia, la parola “fatti” va usata con una certa cautela, perché non siamo davvero sulla scena di un crimine e non troveremo un’impronta digitale capace di dimostrare perché oggi, a trentacinque anni, ti senti in un certo modo quando qualcuno non risponde a un messaggio.


Il terapeuta non si affida soltanto a ciò che gli sembra plausibile. Confronta continuamente le proprie idee con quello che la persona porta: gli episodi della sua vita, ciò che sente e pensa in certe situazioni, le reazioni del corpo, la sua storia, le relazioni che ha avuto e anche quello che accade, nel tempo, dentro la relazione terapeutica.


È mettendo insieme questi pezzi che alcune ipotesi acquistano forza, mentre altre cominciano a non reggere più. E quando succede, il compito del terapeuta non è difendere a tutti i costi la prima spiegazione che aveva costruito, ma accorgersi che qualcosa non torna e guardare di nuovo.


Perché capire una persona non significa trovare subito una risposta convincente.

Significa trovare una spiegazione che continui a reggere anche quando arrivano nuovi pezzi della storia.


Forse è questo che accomuna un investigatore e un terapeuta


Non è indovinare subito, né riuscire a costruire la spiegazione più sofisticata.


E soprattutto non è affidarsi soltanto all'intuito.


Il terapeuta ha bisogno di un metodo. La formazione, il modello terapeutico con cui lavora, gli strumenti che utilizza, la supervisione e, con il tempo, l'esperienza servono anche a questo: a insegnargli come formulare ipotesi senza trasformarle troppo presto in verità.


Non eliminano il rischio di sbagliare. Gli danno però un modo per accorgersene, tornare sui dati, confrontare ciò che pensa con ciò che emerge e cambiare strada quando qualcosa non torna.


In fondo è anche questo che rende utile una buona formulazione del caso: non avere finalmente trovato “la spiegazione giusta” della persona, ma avere costruito una mappa abbastanza buona da orientarsi e abbastanza flessibile da poter essere modificata.


Perché il poliziotto dell’esercito Reacher ha ragione: le ipotesi diventano pericolose quando dimentichiamo che sono ipotesi.


E in psicoterapia il prezzo non è soltanto una spiegazione sbagliata.

È rischiare di guardare così attentamente la nostra mappa da smettere di vedere la persona che abbiamo davanti.



 
 
 

Commenti


IMG_1094_edited_edited_edited_edited_edited.jpg

Ciao, sono la
Dott.ssa Sara Sulejmani

sono una Psicologa Clinica e credo nel potere della consapevolezza come primo passo verso la guarigione. Qui condivido articoli per aiutarti a capire meglio la psicologia e a prendere le decisioni migliori per la tua salute mentale.

​​

  • Reddit
  • LinkedIn
  • Youtube

Resta sempre aggiornato con i post

Monogramma SS in verde salvia_edited.png

 
P.Iva: 02215600665
Iscritta all’Albo degli Psicologi dell’Abruzzo n°4371

© Copyright 2025 Sara Sulejmani
bottom of page