top of page

Quando il terapeuta inizia a capire come funzioni davvero

4 giorni fa
Tempo di lettura: 5 min

Se hai deciso di iniziare un percorso psicologico, probabilmente ti sei chiesto almeno una volta:

“Ma quanto ci vorrà prima che il terapeuta capisca davvero chi sono?”


Quando in terapia parliamo di “funzionamento”, intendiamo proprio questo.


La risposta, nella mia pratica clinica, è spesso tra la sesta e l’ottava seduta.

Non significa che prima non abbia capito nulla, né che all’ottava seduta esista una risposta definitiva. Significa che, a quel punto, abbiamo spesso raccolto abbastanza elementi per costruire una prima mappa coerente.


In questo articolo voglio raccontarti che cosa succede dall’altra parte della poltrona: come si costruisce questa mappa, perché è così importante e perché, alla fine, non basta che abbia senso per me.

Deve averne anche per te.


Quando i pezzi iniziano a stare insieme


Nella mia pratica clinica mi sono resa conto che, tra la sesta e l’ottava seduta, arriva spesso un momento in cui i diversi elementi iniziano a collegarsi.

Non è un momento magico e non significa che improvvisamente io abbia trovato “la risposta definitiva scritta sulla pietra”.

È il risultato del lavoro fatto fino a quel punto: i racconti che mi hai fatto, gli episodi che abbiamo ricostruito, le emozioni che hai descritto, il modo in cui vivi le relazioni e ciò che, seduta dopo seduta, è emerso a fronte anche di strumenti di valutazione che abbiamo scelto di utilizzare.

Riguardo gli appunti presi durante gli incontri e provo a mettere in relazione ciò che è emerso.

A quel punto può succedere qualcosa di molto interessante: elementi che prima sembravano separati iniziano a collegarsi.

Non vedo più soltanto episodi separati, ma una possibile organizzazione sottostante.

Ed è qui che cominciamo a comprendere il tuo funzionamento.


Ma cosa significa, concretamente, “comprendere il funzionamento”?


Non significa affibbiare un'etichetta.

Se una diagnosi viene richiesta o risulta clinicamente utile, può naturalmente essere discussa e restituita, ma non è quello l'obiettivo principale del lavoro.

Comprendere il funzionamento significa cercare di capire la logica interna con cui una persona affronta il proprio mondo.

In altre parole: capire perché, davanti a certe situazioni, proprio quella persona tende a sentire determinate emozioni, formulare certi pensieri e mettere in atto alcuni comportamenti.


Facciamo un esempio.

Immaginiamo una persona per cui è molto importante sentirsi amata e vicina alle persone a cui tiene. Quando qualcuno diventa distante, potrebbe attivarsi il timore: ‘Non gli interesso più’.

A quel punto può cercare continuamente rassicurazioni, controllare i messaggi, diventare molto disponibile oppure, al contrario, fare un passo indietro e convincersi:

“Non ho bisogno di nessuno.”

Da fuori potremmo vedere soltanto comportamenti molto diversi tra loro.

Da dentro, invece, può esserci una logica coerente: un bisogno importante, un pericolo percepito e una strategia per cercare di proteggersi.

Comprendere questa sequenza permette di smettere di leggere certi comportamenti come semplicemente “sbagliati” o “esagerati” e di iniziare a chiedersi:

"Che cosa sta cercando di fare per me questa reazione che ho?"


Non parliamo soltanto: lavoriamo anche “in diretta”


Un'idea diffusa sull'andare dallo psicologo è che consista semplicemente nel raccontare la propria settimana mentre il terapeuta ascolta.


Il dialogo è certamente uno strumento fondamentale, ma non è l'unico.


Quando il semplice ragionamento non è sufficiente per accedere a certe esperienze emotive, possiamo utilizzare anche tecniche più attive: per esempio esercizi di immaginazione guidata, ricostruzioni dettagliate di episodi o simulazioni.

E qui c'è un altro aspetto per me molto importante: non ci sono tranelli.

Se ti propongo un esercizio, ti spiego perché penso che possa essere utile e che cosa stiamo cercando di osservare.

Puoi essere d'accordo, avere dubbi, chiedere di fermarti, rimandare o scegliere di non farlo.

La terapia è un lavoro condiviso.


A un certo punto, la mappa si condivide


Quando il funzionamento comincia a essere sufficientemente chiaro, arriva un passaggio fondamentale che è quello della restituzione.

Voglio sapere che cosa ne pensi tu.

Potremmo sederci davanti a una sorta di mappa e guardarla insieme.

Potrei dirti qualcosa come:


“Mi sembra che per te sia molto importante sentirti amato e vicino alle persone a cui tieni. Stiamo osservando se, quando questa vicinanza diventa importante, compare anche il timore che mostrare troppo quanto tieni all’altro possa esporti al rischio di essere rifiutato. Quando questo timore si attiva, tendi a prendere le distanze e a mostrare meno quello che provi. Forse questo ti protegge dal sentirti troppo vulnerabile, ma allo stesso tempo può creare proprio quella distanza che temi. Ti ritrovi in questo modo di collegare le cose?”


E la tua risposta conta.

Molto.

Puoi dirmi:

“Sì, è esattamente così.”

Oppure:

“In parte, ma c'è qualcosa che non torna.”

O ancora:

“Non mi ero mai accorto di questa cosa.”

Tutte queste risposte sono informazioni preziose.

Perché la mappa non deve essere soltanto plausibile per il terapeuta.

Deve avere senso per la persona che la sta vivendo.


E perché è importante avere questa mappa?


Perché senza una mappa rischiamo di lavorare soltanto sul sintomo del momento.

Oggi parliamo dell'ansia.

Domani di una discussione con il partner.

La settimana dopo di una difficoltà sul lavoro.

Ma se comprendiamo il funzionamento che collega queste esperienze, possiamo iniziare a lavorare a un livello più profondo.

Possiamo capire che cosa si ripete, quali sono i passaggi che fanno scattare la sofferenza e quali strategie utilizzi per affrontarla.

E soprattutto possiamo chiederci:

“Esiste un modo diverso di vivere questa situazione?”

La terapia, a quel punto, non consiste più soltanto nel cercare di stare meglio nell'immediato.

Diventa un lavoro per costruire modalità più flessibili di comprendere se stessi, stare nelle relazioni, riconoscere le proprie emozioni e affrontare ciò che accade.


E quindi, quanto ci vuole per capire come funziona una persona?


È una domanda da cui siamo partiti.


Non esiste, naturalmente, un numero di sedute valido per tutti. Nella mia pratica clinica, però, è spesso tra la sesta e l’ottava seduta che la formulazione comincia a diventare sufficientemente chiara da poter essere condivisa e discussa insieme.


A quel punto non significa che abbiamo trovato una spiegazione definitiva di te. Abbiamo costruito una prima mappa: abbastanza chiara da orientarci, ma ancora aperta a essere approfondita con ciò che emergerà nel percorso.


Prima di intervenire, bisogna capire su cosa stiamo lavorando


C'è una differenza importante tra dare un nome a una difficoltà e comprenderla.


Una diagnosi può essere utile, anche nelle prime fasi di un percorso, ma da sola non ci dice come quella difficoltà si manifesta nella vita di quella persona, che significato ha per lei, quali bisogni coinvolge e come si inserisce nelle sue relazioni.


Una diagnosi formulata in poche sedute, seppur corretta, non dice molto della persona perché manca la comprensione del funzionamento.


Quando questa comprensione manca, il rischio è di iniziare a lavorare su obiettivi, comportamenti o sintomi che magari hanno senso per il terapeuta, ma non ancora per la persona che li vive.


E quando ciò su cui lavoriamo non viene riconosciuto come proprio, la terapia può diventare qualcosa che si subisce invece di qualcosa che si costruisce.

Il rischio, allora, non è soltanto che la terapia risulti poco personale. È che si finisca per lavorare nella direzione sbagliata, anche utilizzando tecniche corrette.


Perché prima di cambiare qualcosa, bisogna aver capito che cosa la mantiene in piedi.

Commenti


IMG_1094_edited_edited_edited_edited_edited.jpg

Ciao,
sono la Dott.ssa Sara Sulejmani

sono una Psicologa Clinica e credo nel potere della consapevolezza come primo passo verso la guarigione. Qui condivido articoli per aiutarti a capire meglio la psicologia e a prendere le decisioni migliori per la tua salute mentale.

Resta sempre aggiornato con i post

  • LinkedIn

 
P.Iva: 02215600665
Iscritta all’Albo degli Psicologi dell’Abruzzo n°4371

© Copyright 2025 Sara Sulejmani
bottom of page