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Quando il terapeuta inizia a capire come funzioni davvero

12 set
Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 17 ore fa


Se hai deciso di iniziare un percorso psicologico, probabilmente ti sei chiesto almeno una volta:

“Ma quanto ci vorrà prima che il terapeuta capisca davvero chi sono?”


Quando in terapia parliamo di “funzionamento”, intendiamo proprio questo.


La risposta, nella mia pratica clinica, è spesso tra la sesta e l’ottava seduta.

Non significa che prima non abbia capito nulla, né che all’ottava seduta esista una risposta definitiva. Significa che, a quel punto, abbiamo spesso raccolto abbastanza elementi per costruire una prima mappa coerente.


In questo articolo voglio raccontarti che cosa succede dall’altra parte della poltrona: come si costruisce questa mappa, perché è così importante e perché, alla fine, non basta che abbia senso per me.

Deve averne anche per te.


Quando i pezzi iniziano a stare insieme


Nella mia pratica clinica mi sono resa conto che, tra la sesta e l’ottava seduta, arriva spesso un momento in cui i diversi elementi iniziano a collegarsi.

Non è un momento magico e non significa che improvvisamente io abbia trovato “la risposta definitiva scritta sulla pietra”.

È il risultato del lavoro fatto fino a quel punto: i racconti che mi hai fatto, gli episodi che abbiamo ricostruito, le emozioni che hai descritto, il modo in cui vivi le relazioni e ciò che, seduta dopo seduta, è emerso a fronte anche di strumenti di valutazione che abbiamo scelto di utilizzare.

Riguardo gli appunti presi durante gli incontri e provo a mettere in relazione ciò che è emerso.

A quel punto può succedere qualcosa di molto interessante: elementi che prima sembravano separati iniziano a collegarsi.

Non vedo più soltanto episodi separati, ma una possibile organizzazione sottostante.

Ed è qui che cominciamo a comprendere il tuo funzionamento.


Ma cosa significa, concretamente, “comprendere il funzionamento”?


È andare oltre la diagnosi.

Questo non significa che non la faccia, è fondamentale per me formularla, ma non basta.

Comprendere il funzionamento significa cercare di capire la logica interna con cui una persona affronta il proprio mondo.

In altre parole: capire perché, davanti a certe situazioni, proprio quella persona tende a sentire determinate emozioni, formulare certi pensieri e mettere in atto alcuni comportamenti.


Facciamo un esempio.

Immaginiamo una persona per cui è molto importante sentirsi amata e vicina alle persone a cui tiene. Quando qualcuno diventa distante, potrebbe attivarsi il timore: ‘Non gli interesso più’.

A quel punto può cercare continuamente rassicurazioni, controllare i messaggi, diventare molto disponibile oppure, al contrario, fare un passo indietro e convincersi:

“Non ho bisogno di nessuno.”

Da fuori potremmo vedere soltanto comportamenti molto diversi tra loro.

Da dentro, invece, può esserci una logica coerente: un bisogno importante, un pericolo percepito e una strategia per cercare di proteggersi.

Comprendere questa sequenza permette di smettere di leggere certi comportamenti come semplicemente “sbagliati” o “esagerati” e di iniziare a chiedersi:

"Che cosa sta cercando di fare per me questa reazione che ho?"


A un certo punto, la mappa si condivide


Quando il funzionamento comincia a essere sufficientemente chiaro, arriva un passaggio fondamentale che è quello della restituzione.

Voglio sapere che cosa ne pensi tu.

Potremmo sederci davanti a una sorta di mappa e guardarla insieme.

Potrei dirti qualcosa come:


“Mi sembra che per te sia molto importante sentirti amato e vicino alle persone a cui tieni. Stiamo osservando se, quando questa vicinanza diventa importante, compare anche il timore che mostrare troppo quanto tieni all’altro possa esporti al rischio di essere rifiutato. Quando questo timore si attiva, tendi a prendere le distanze e a mostrare meno quello che provi. Forse questo ti protegge dal sentirti troppo vulnerabile, ma allo stesso tempo può creare proprio quella distanza che temi. Ti ritrovi in questo modo di collegare le cose?”


E la tua risposta conta.

Molto.

Puoi dirmi:

“Sì, è esattamente così.”

Oppure:

“In parte, ma c'è qualcosa che non torna.”

O ancora:

“Non mi ero mai accorto di questa cosa.”

Tutte queste risposte sono informazioni preziose.

Perché la mappa deve avere senso per la persona che la sta vivendo.


Cosa rende importante la mappa?


Senza una mappa rischiamo di lavorare soltanto sul sintomo del momento.

Oggi parliamo dell'ansia.

Domani di una discussione con il partner.

La settimana dopo di una difficoltà sul lavoro.

Ma se comprendiamo il funzionamento che collega queste esperienze, possiamo iniziare a lavorare a un livello più profondo.

Possiamo capire che cosa si ripete, quali sono i passaggi che fanno scattare la sofferenza e quali strategie utilizzi per affrontarla.


E soprattutto possiamo chiederci:

“Esiste un modo diverso di vivere questa situazione?”

La terapia, a quel punto, non consiste più soltanto nel cercare di stare meglio nell'immediato.

Diventa un lavoro per costruire modalità più flessibili di comprendere se stessi, stare nelle relazioni, riconoscere le proprie emozioni e affrontare ciò che accade.


E quindi, quanto ci vuole per capire come funziona una persona?


È una domanda da cui siamo partiti.


Non esiste, naturalmente, un numero di sedute valido per tutti. Nella mia pratica clinica, però, è spesso tra la sesta e l’ottava seduta che la formulazione comincia a diventare sufficientemente chiara da poter essere condivisa e discussa insieme.


A quel punto non significa che abbiamo trovato una spiegazione definitiva di te. Abbiamo costruito una prima mappa: abbastanza chiara da orientarci, ma ancora aperta a essere approfondita con ciò che emergerà nel percorso.


Prima di intervenire, bisogna capire su cosa stiamo lavorando


C'è una differenza importante tra dare un nome a una difficoltà e comprenderla.


Quando questa comprensione manca, il rischio è di iniziare a lavorare su obiettivi, comportamenti o sintomi che magari hanno senso per il terapeuta, ma non ancora per la persona che li vive.


E quando ciò su cui lavoriamo non viene riconosciuto come proprio, la terapia può diventare qualcosa che si subisce invece di qualcosa che si costruisce.

Il rischio, allora, non è soltanto che la terapia risulti poco personale. È che si finisca per lavorare nella direzione sbagliata, anche utilizzando tecniche corrette.


Perché prima di cambiare qualcosa, bisogna aver capito che cosa la mantiene in piedi.

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Ciao,
sono la Dott.ssa Sara Sulejmani

sono una Psicologa Clinica e credo nel potere della consapevolezza come primo passo verso la guarigione. Qui condivido articoli per aiutarti a capire meglio la psicologia e a prendere le decisioni migliori per la tua salute mentale.

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